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Trapani, Provincia Naturale del GUSTO
Piccola storia della "FRUTTA ALLA MARTORANA"
di Pino Correnti
E' questa la prima volta che in Sicilia, in
forma agonistica, si presenta una piccola, ma completa, storia della
"frutta alla Martorana". Sono lieto che questo avvenga per il 1°
Concorso per Pasticcieri "Gasparino Licata" di Marsala. Quando lo
zucchero di canna, portato in Sicilia dagli Arabi durante la loro
dominazione dal IX all'XI secolo d.C., passò nei conventi normanni
dove si continuava la tradizione araba di mescolarlo alla mandorla
dolce, tritata e raffinata al mortaio, e poi leggermente cotta in
egual parte di zucchero aromatizzato con l'aggiunta di pochissima
acqua d'arance alla cannella, nacque il marzapane siciliano.
"Marzapane" deriva dalla parola araba "Manthàban" e dapprima
stava ad indicare il contenitore dove si riponeva il dolce, poi
lo stesso nome passò alla moneta valida ad acquistare la pezzatura
corrente della preparazione ed, infine, venne esteso anche alla
misura di capacità utilizzata per calcolare l'esatta proporzione
dì zucchero e mandorle per la confezione dell'ormai popolarissimo
marzapane che, per essere presente anche nella tavola del Re, cominciò
a chiamarsi "Pasta Reale".
Vedremo, adesso, come su questa costumanza di forgiare in Sicilia
frutta, pesciolini e qualsivoglia pietanza sotto l'aspetto di
marzapane-pasta reale, venne innestato anche il nome di "Martorana".
Andò così: nel 1143 l'ammiraglio Giorgio di Antiochia, fedelissimo
di Ruggero II che fu il primo re normanno, aveva fatto erigere una
chiesa che venne affidata alle monache greche nel cui attiguo convento
custodivano una preziosa biblioteca e confezionavano per la festa
di "Tutti i Santi" gli amati dolcetti, già colorati e lucenti per
la gomma arabica dragante diluita, anche a mò di fissatore dei colori
vegetali commestibili, in cui il rosso veniva estratto dalle rose,
il giallo dagli stani di zafferano e il verde dal pistacchio. Sempre
In epoca normanna, nell'anno 1193, Eloisa Martorana edificò il Monastero
che da lei prese il nome e conglobò la chiesa ed il convento delle
monache greche e innalzò le cupole rosse di derivazione araba, che
del resto ornavano anche la Chiesa di San Giovanni degli Eremiti,
fatta costruire da Ruggero II. Naturalmente tutto il complesso,
per estensione, venne chiamato " della Martorana". Nel 1435 Re Alfonso
d'Aragona donò alle suore Benedettine il complesso che continuò
a chiamarsi "Monastero della Martorana", anche perché, nessuno più
ricordando Eleonora Martorana, il cui nome era passato ai bellissimi
dolci siciliani di pasta reale, ormai chiamati dovunque "di Martorana",
per il secolare e sapiente lavoro delle monache di quel monastero.
Intanto i dolci, prima nati solamente per la festa del 1° novembre
erano diventati punto di forza della successiva commemorazione
dei Defunti del 2 Novembre. Ed infatti questi bellissimi dolci,
la notte dei Morti, venivano posti in leggiadri panierini infiocchettati
di fili di seta rossi e dorati, i colori della Sicilia, per premiare
i bambini buoni, mentre per quelli più cattivelli, a mò di punizione,
c'era solo carbone. Però, col tempo, qualche pasticciere di buon
cuore, sempre con la pasta reale ed il nero di seppie dolcificato,
seppe confezionare pezzi di carbone, che sembravano veri, ma che
con la loro dolcezza venivano a mitigare i bambini più turbolenti
che, da quel momento, si sentirono meno castigati. Ormai la tecnica
della Martorana si era diffusa in tutta la Sicilia e, poiché di
pari passo si era sviluppato in tempo di Pasqua l'uso delle sostanze
"cassate", anch'esse di derivazione araba, la Martorana (pasta reale
soprattutto nei colori bianco niveo e verde pistacchio tenue) era
confezionata in dosi massime per sopperire alle incessanti richieste
di questa raffinatissima pasta, per confezionare, anche a settori
alternati nei due colori, tutto il giro esterno della cassata, per
nascondere adeguatamente il pan di Spagna e la crema di ricotta
che la farcivano.
Tornando alla "Frutta di Martorana" (o alla Martorana), ormai
questa, anche nelle altre fogge che avanti diremo, veniva confezionata
in ogni periodo dell'anno, giacché del dolce prodotto si impadronì
la potente corporazione dei "Confettari". Non per questo le monache
della Martorana o di altri Monasteri ne avevano sospeso la pratica.
Anzi, cinque secoli dopo la cacciata degli Arabi, era tanta l'abitudine
di confezionare in conventi femminili i suddetti dolci, che nel
1575 il Sinodo diocesano di Mazara del Vallo fu costretto a proibire
la fabbricazione di pasta reale alla Martorana e di cassate, con
espresso divieto, per non distrarre le monache dalle pratiche religiose
durante la Settimana Santa! Ma sono certo che mai più solenne divieto
sia stato più disatteso di questo, Infatti le pie monachelle, che
vedevano nell'opera del "Confettari" una terribile e crescente concorrenza,
non se ne diedero pensiero e, bellamente, anche per non perdere
I clienti, continuarono a dipingere frutti di Martorana e
a confezionare cassate, cassatelle e, perfino, "minni di Virgini"
nella quiete dei loro secolari conventi anche di clausura. Giacché
la segreta porticina della "Ruota", al tocco della campanella, prima
portava nel disco ruotante la moneta e poi il "devoto" ritirava,
al secondo giro, i prelibati dolci. Intanto per natale erano apparsi
"i picureddi" di Martorana ed il 27 gennaio, ad Acireale, altro
epicentro della Martorana nella Sicilia Orientale, per la Festa
di S.Antonio venivano messi in vendita cavalluccì e "scecchi" (asinelli)
di pasta reale, tanto più che si era già in tempo di Carnevale:
"Sant’Antoni, masciri e soni". Ma questa non era altro che la risposta
orientale ai maialini rosati di marzapane che Palermo realizzata
il 20 gennaio per la Festa di San Sebastiano, giacchè: "Ppì San
Bastianu, maschiri ‘n chianu!". Curioso che poi il vezzo del maialino
rosato dì marzapane si sia anche esteso in Francia, in Svizzera
e, soprattutto, nella Germania del Sud: a Monaco di Baviera.
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